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AREED energia sostenibile per crescere

Mi sembrava interessante segnalarvi questo ottimo esempio di Social Venture Capital: AREED!!!!

Dal World Energy Outolook 2008 la domanda di energia crescerà del 45% da oggi al 2030, più della metà di questa crescita deriverà dai Paesi Emergenti.

Fonti di energia inquinanti causano circa il 5 % della mortalità infantile del continente africano. Sono necessarie nuove soluzioni in campo energetico…la missione di Areed è trovarle.

Areed (Africa Rural Energy Entrprise Developement) è un progetto lanciato in Africa dalla UN Foundation per finanziare start up business in grado di offrire tecnologia per fornire energia pulita nei Paesi in via di sviluppo.

Nello specifico il programma Areed ha come obiettivo di:

- Programmi di training e strumenti utile agli imprenditori per lanciare i propri energy business

- Supporto per Business plan e definizione della struttura di Business

- Ricerca capitale per la fase iniziale del Business

- Sviluppo Partnership con Banche e NGo coinvolte nelle attività di rural energy developement. 

Ecco il modello di AREED:

areed_approach

Grazie allo sforzo di AREED moltissimi piccoli medio imprenditori sono stati in grado di sviluppare sul proprio territorio idee innovative in grado di sviluppare non solo energia, ma energia pulita in Africa.

 AREED ha potuto per esempio finanziare la Noor Holding Company in collaborazione con E+Co che ha installato pannelli solari in Marocco in grado di soddisfare la domanda di 30.000 famiglie.



Modelli di Università
aprile 22, 2009, 2:27 pm
Filed under: Innovazione, Sostenibiltà, Venture Capital | Tag: , , ,

Da: Nova 24

La carta vincente: l’educazione all’imprenditorialità – Shailendra Vyakarnam
«Oggi in Italia ci sono molte sfide, soprattutto di carattere culturale, da cogliere e da vincere per fare in modo che il processo di innovazione acceleri e assuma una massa critica importante per l’economia del Paese». A dirlo è Shailendra Vyakarnam, direttore del Centre for entrepreneurial learning della Cambridge Judge business school, vale a dire la scuola che a Cambridge si occupa di trasformare ricercatori con buone idee in imprenditori capaci di trasformare tali idee in imprese, possibilmente di successo.
Cambridge
«Anche a Cambridge fino a qualche anno fa avevamo il problema culturale legato all’accettazione del percorso imprenditoriale – ricorda –, fino a tre, quattro anni fa la situazione era molto diversa da oggi, poi è successo che il modello Cambridge ha mostrato di essere vincente, che l’Università è progressivamente diventata più trasparente nello sfruttamento dei risultati della ricerca e nella gestione della proprietà intellettuale».
L’ateneo britannico ha scelto di fare in modo che la gran parte dei vantaggi derivanti dalla proprietà intellettuale vadano a favore degli inventori, e questo considerando che è l’Università stessa a sostenere tutti i costi iniziali per il lancio delle start-up come quelli che servono per la registrazione dei brevetti, per le consulenze e per l’avvio partnership industriali e finanziarie. Tutte queste spese sono pubblicate sul sito internet dell’ateneo e consultabili da chiunque.
Sempre negli ultimi tre, quattro anni sono aumentati gli sforzi per l’educazione all’imprenditoria, ci sono sempre più corsi perché l’interesse è crescente, perché l’Università intende incoraggiare il fenomeno e perché in questo modo si riescono a ridurre le difficoltà di dialogo tra imprenditori e finanziatori. Accanto alla tutela della proprietà intellettuale e al sostegno alla formazione imprenditoriale vi è un terzo elemento che completa l’ecosistema a sostegno dell’innovazione che si è sviluppato a Cambridge.
Elemento che Vyakarnam definisce con il termine di “social networking”: «Diamo vita a numerose occasioni di incontro dove persone dell’Università, aziende, venture capital e innovatori possono confrontarsi.
Lo facciamo con le business plan competition, con le business creation competition, con i technology showcase e con conferenze dedicate ai temi dell’innovazione».
Questo aspetto risulta importantissimo perché spesso la difficoltà maggiore è sapere dove guardare per creare team capaci di sviluppare una buona idea o trovare finanziatori per sostenerla e farla crescere.
«Ho visto nascere invenzioni interessantissime in modo quasi accidentale sbocciate da incontri occasionali, ho visto negli ultimi anni ridursi la differenza tra valore accademico e valore per i venture capital e ho visto l’Università ridurre progressivamente il suo ruolo nelle start-up: oggi mantiene quote e partecipazioni solo in una percentuale minima, inferiore al sei, di esse».
Tutto il sistema è sostenuto da fondi governativi come l’Higher education innovation fund del Governo britannico che mette a disposizione delle università del Paese 200 milioni di sterline ogni due anni (quasi 280 milioni di euro), dalle quote versate dagli studenti e dalle attività di commercializzazione condotte dagli atenei: «Il fondo del governo ha contribuito in modo significativo ad accelerare il processo di valorizzazione dell’innovazione accademica», enfatizza Vyakarnam.
Il risultato si traduce oggi in relazioni personali tra scienziati e imprenditori, tra imprese e ricerca: succede che scienziati che sono diventati imprenditori di successo aiutano loro colleghi a crearsi le relazioni con il mondo delle imprese, ma succede anche che molte delle società che nascono come start-up e spin-off di Cambridge si trasferiscano all’estero, soprattutto in Usa e Giappone perché in quei Paesi trovano terreno maggiormente fertile per il loro sviluppo.
Ciononostante si continua a portare i venture capital a vedere da vicino ciò che accade negli atenei, si sostengono le attività dei fondi di early stage, si lavora soprattutto sulle scienze di alto profilo con forte potenziale economico di gran lunga preferite alle tecnologie “cool” anche se ciò comporta tempi più lunghi di sviluppo e quindi di ritorni.
 «La nostra missione è il science-to-market, non il tech-to-market», conclude il direttore del Centre for entrepreneurial learning che sottolinea come l’esperienza di Cambridge potrebbe benissimo essere esportata anche in Italia.
Già è stata mutuata in Svezia, Danimarca, e perfino in India: «Osservo che in Italia stanno succedendo cose importanti nelle università e presso gli altri attori dell’ecosistema dell’innovazione ma serve un’accelerazione, serve la massa critica».



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