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Flow – per amore dell’acqua

 

 

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In breve
DVD + Libro. Manca l’acqua, mancherà sempre di più… la chiamano “21st Century’s global water crisis”. Un meraviglioso, appassionato, approfondito, poetico documentario, un film scientifico e militante… sull’acqua. Con li libro For Love of Water.

Il film
Film sull’acqua o meglio: sul nostro pianeta, grande corpo filtrante che da milioni di anni ha preservato, utilizzato, riciclato, purificato acqua. Ma noi negli ultimi cinquant’anni, sporcando e rendendo inutilizzabili ogni giorno miliardi di metri cubi d’acqua, siamo riusciti ad avvelenare le falde, uccidere i fiumi, inaridire il mare.
Manca l’acqua, mancherà sempre di più.
Già oggi sono milioni gli esseri umani che non hanno accesso ad alcuna fonte di acqua potabile e saranno sempre di più e si batteranno e faranno guerre per avere l’acqua.
Flow ha raccolto dati, ascoltato testimonianze, cercato storie per comporre un quadro completo di quello che gli esperti chiamano “21st Century’s global water crisis”.
Ci sono i grandi cartelli mondiali dell’acqua, che mirano a una privatizzazione globale delle risorse idriche, ci sono gli scienziati che spiegano perché stiamo raggiungendo il punto di non ritorno, ci sono gli attivisti che lottano contro le multinazionali, c’è la (nostra) quotidiana stupidità di comprare acqua in bottiglia meno pura e meno sana di quella che esce dai nostri rubinetti. E, come ha calcolato uno studio voluto dalle Nazioni Unite, “meno della metà di quanto il mondo spende per comprare acqua in bottiglia, basterebbe per dare acqua pulita a tutta l’umanità”.
Su tutto questo la poesia limpida e stillante dell’elemento da cui tutto trae vita.

Autore
La regista Irena Salina è nata in Francia e ha cominciato a lavorare come giornalista a quindici anni in una radio privata di Parigi. Emigrata in Usa, ha lavorato alla produzione di numerosi film, prima di passare alla regia. Il suo primo film Ghost Bird: The Life and Art of Judith Deim (2000) racconta la straordinaria vita dell’artista Judith Deim.



Piano piano l’energia cinese diventa pulita

Leggendo questo articolo da Energia24 , mi rendo conto quanto sia alto il rischio per il nostro Paese di essere tagliati fuori da quella che è da considerarsi la nuova rivoluzione economica….

La Cina continua a innalzare l’asticella della produzione eolica: il nuovo traguardo è 100 Gw di potenza installata entro il 2020. È un bel balzo in avanti rispetto alla previsione di 30 Gw stabilita precedentemente dal governo. Fang Junshi, capo dipartimento al carbone della National Energy Administration – citato dall’agenzia Apcom – ha precisato che la crescita annua dell’eolico è di circa il 20 per cento.
Nuove centrali nucleari
L’energia del vento è sempre più decisiva nel mix di fonti: l’attuale capacità è 12 Gw (dovrebbe salire a 20 nel 2010). Così le cifre dell’eolico possono tenere a bada quelle dell’atomo. L’obiettivo per il nucleare è 40 Gw nel prossimo decennio, ma il dragone – sempre in base alle ipotesi riferite dall’Apcom – potrebbe anche superare tali stime. Il paese sta già realizzando 24 reattori per 25 Gw totali; altri cinque impianti sono in programmazione.

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La Cina, infatti, inizierà a costruire queste centrali nel 2009: due avranno la tecnologia di Westinghouse, società americana di proprietà della giapponese Toshiba, mentre una sfrutterà il know-how della francese Areva. Gli ultimi due impianti, invece, saranno interamente a tecnologia cinese.L’ha annunciato, nel corso di una recente conferenza, Sun Qin, capo dell’Agenzia nazionale cinese per l’energia.



Toglieteci tutto ma non l’Acqua!

Mi sembrava interessante saegnalarvi questo articolo della Lavoce.info che offre a tutti purtroppo un preoccupante resoconto sul quinto World Water Forum svoltosi ad Instanbul lo scorso marzo.

E se ci tolgono anche l’acqua…..

da  www.lavoce.info

Ha fatto dunque discutere la conclusione del 5° Forum mondiale per l’acqua di Istanbul, che ancora una volta non ha voluto riconoscere l’accesso all’acqua come “diritto umano”, definendolo invece come “bisogno fondamentale”.
Chiare sono le implicazioni della scelta: se qualcosa è un diritto, vuol dire che qualcun altro ha il dovere di garantire che sia effettivamente goduto da tutti. E dunque, da un lato, la comunità internazionale deve assumere impegni precisi per sostenere lo sforzo dei paesi meno sviluppati; dall’altro, le politiche idriche dei diversi paesi devono garantire un’allocazione della risorsa e regole di accesso che tutelino i più deboli.
La formula approvata a Istanbul è sicuramente più vaga, e per certi versi deludente. La sede del Forum – che dietro la patina ecumenica, è in realtà sponsorizzato dalle grandi imprese private – ha fatto sospettare che sia stata dettata dagli interessi delle multinazionali, che per varie ragioni temono le conseguenze di una definizione più impegnativa. Occorre tuttavia un po’ di realismo.

UN PROBLEMA DI INFRASRUTTURE

Il problema non riguarda l’acqua intesa come risorsa naturale, ma semmai le infrastrutture e i servizi. Se miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici, non è dovuto alla scarsità dell’acqua, né alla sua mercificazione, ma semmai alla scarsità di mezzi economici disponibili per investire nei sistemi infrastrutturali. Soprattutto se si considera che la possibilità di sostenere gli investimenti con le tariffe è limitata dal potere di acquisto insufficiente. Sono in particolare le grandi megalopoli, cresciute in modo incontrollato negli ultimi decenni, a evidenziare drammaticamente queste carenze.
Spesso si presenta la questione come se in questi paesi l’acqua ci fosse sempre stata per tutti, e qualche avido capitalista se ne fosse ora impossessato per lucrare sulla sete. La realtà, più triste, è diversa: dove milioni di diseredati arrivano e si ammassano in fatiscenti favelas o mefitici hutong, dove le infrastrutture, se ci sono, sono così malandate che cadono a pezzi, l’acqua non è mai stata un diritto, ma semmai un costoso bene che la gente raccoglie con precari sistemi autogestiti, o compra a caro prezzo da un lucroso mercato nero fatto di omini con l’autobotte. E i servizi igienici sono sostituiti dalla strada o dagli orti, come avveniva del resto anche nelle nostre città prima della rivoluzione industriale.

MA CHI LE FINANZIA?

Chi deve investire per realizzare le reti e gli impianti? Con i soldi di chi? È pronta la comunità internazionale a sostenere uno sforzo finanziario così immane? Lo deve fare rimanendo essenzialmente un prestatore di risorse, oppure come donatore? E con quale modello gestionale, organizzativo, di governance? In capo a chi deve essere posto il rischio economico, particolarmente elevato in un settore come questo – capital intensive, con lunghissimi cicli di vita dell’investimento, e tariffe che giocoforza includono un cospicuo margine operativo che i governi possono essere tentati di espropriare una volta che la rete è sottoterra?
Negli anni Novanta, lo schema adottato dalla Banca Mondiale prevedeva finanziamenti e garanzie, a patto che la gestione fosse affidata in concessione a operatori industriali, e che fossero le tariffe pagate dagli utenti a generare, nel lungo termine, i flussi di cassa necessari a sostenere il debito. Questo schema è sostanzialmente fallito, nonostante qualche isolato caso positivo. La ragione del suo fallimento è che le imprese private, anche se sostenute dalle istituzioni finanziarie (che restano comunque dei prestatori, e non dei benefattori) affrontavano un rischio così elevato da portare il costo del capitale e le tariffe a livelli non sostenibili dalla popolazione. Si è messa sotto accusa la sete di profitto delle multinazionali, e va detto con onestà che non sempre hanno fatto il possibile per smentire questa diceria. Ma la scelta di imporre il modello della concessione a operatori industriali, necessariamente occidentali, non era solo dovuta all’acquiescenza ai diktat del capitale internazionale. Chi avrebbe gestito, altrimenti, il flusso di risorse finanziarie e chi ne avrebbe potuto garantire il rientro? L’esperienza fallimentare dei sistemi pubblici – eredità del passato coloniale, gestiti da elite locali spesso corrotte o comunque non all’altezza del ruolo – non era affatto edificante.
Altre soluzioni sono state provate in seguito, con risultati qua e là incoraggianti, ma non ancora risolutivi: dai partenariati alle cooperative locali, dalle “adozioni a distanza” finanziate dalle tariffe dei paesi ricchi ai micro-progetti di comunità basati su uno sviluppo graduale. Ma siamo ancora alla ricerca di un modello che ci permetta di far quadrare il cerchio. Servono tanti soldi e soprattutto serve qualcuno che sappia cosa farne; serve un modello di regolazione che sappia garantire – necessariamente nel lungo termine – la stabilità dei flussi di cassa; serve know-how gestionale e non solo costruzione, servono garanzie che i soldi non siano sperperati in operazioni clientelari e populistiche, quando non dirottati altrove.

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LA TARIFFA A METRO CUBO

E serve un modo per ripartire i costi che, se deve fare salvi i ricavi totali e le garanzie per chi investe, li deve anche spalmare nel modo più indolore possibile. Qui, forse, la scelta di imporre la tariffazione volumetrica – affermatosi in occidente solo in tempi recenti, sulla spinta di tutt’altre priorità – non è stata forse una scelta saggia. Come dimostrano molti studi, la domanda urbana di acqua, e più ancora quella di servizi igienici e sanitari, è inelastica al reddito. Consumano tanta acqua i ricchi quanto i poveri, e far pagare al metro cubo – magari scontando le prime unità per ricaricare su quelle eccedenti il minimo – ha effetti pesantemente regressivi. Ben presto la spesa arriverà a livelli insostenibili specie per le famiglie povere.
Nell’800, in Europa e negli Usa, si è capito presto che un servizio commerciale tariffato in quel modo non era sostenibile finanziariamente nelle fasi di sviluppo del sistema. Solo pochi avrebbero potuto pagare, e quei pochi non erano sufficienti per giustificare e reggere l’investimento. Ma una città industriale non può vivere senza accettabili livelli igienici e sanitari, dunque occorre che tutti siano connessi al sistema. La percezione di queste esternalità guidò, allora, la scelta di basarsi su un modello di gestione pubblica, finanziata sì dagli utenti, ma con criteri molto più legati alla capacità contributiva che al beneficio. Se da noi oggi questo modello ha raggiunto il suo compimento ed è entrato in una nuova fase, altrettanto non si può dire dei paesi poveri. Forse un po’ più di memoria retrospettiva, capace di risalire ai tempi in cui anche noi eravamo “paesi in via di sviluppo” potrebbe aiutarci a evitare molti errori.
A Istanbul sarebbe stato certo più nobile affermare il diritto all’acqua, ma forse anche più ipocrita. Piuttosto che fare promesse che non si sa come mantenere, meglio darsi obiettivi più limitati, ma realistici.



Hashoo Foundation
aprile 20, 2009, 11:14 pm
Filed under: Social Innovation | Tag: , , ,

La Hashoo Foundation è una ONG da sempre impegnata nel promuovere lo sviluppo nella zona del Pakistan. Da tempo l’organizzazione è basata sia negli US che in UK e lo scorso anno ha lanciato un importante progetto di social innovation. Si chiama Bee Farming che è dimostrazione di come lo sviluppo in zone come il Nord del Pakistan può essere raggiunto tramite l’imprenditoria.

In Pakistan una delle poche fonti di sostentamento per le donne è l’apicoltura e la produzione di miele. Il problema per chi da sempre è impegnato in questa attività è sempre stato riuscire a vendere sul mercato questi prodotti.

Hashoo Foundation si è quindi occupato di aiutare a queste donne di vendere i loro prodotti tra i maggiori negozi ed hotel di Islamabad collegandole con il mercato. Nel dettaglio la Hashoo Foundation si occupa di:

- Ottimizzare il packaging dei prodotti evitando sprechi

- Stabilire partnership con le NGO locali per dare visibilità al programma

- Ottimizzare le tecniche di produzione e di vendita tramite training diretti alle donne interessate

- Ottenere Certificazioni Fair Trade

- Esplorare eventuali opportunità di mercato all’estero

- Ottimizzare il controllo della qualità nella filiera

Entro il 2009 grazie a questo progetto coinvolgerà più di 125 donne impegnate nella produzione del miele e riuscirà a dare il giusto sostentamento a più di 225 famiglie.

Questa una testimonianza diretta:

“Ms. Jamila is a resident from a small village called Danyore in the Northern Area of Pakistan. She is mother of 2 sons and 1 daughter and all of them are getting education in schools. Five years ago she started honey bee farming business with two bee hives. Today she has 20 bee hives. During the year 2007-08 she earned PKR 150,000 (approx US$ 2,300) from honey bee business.
“The honey I produced pays for my children’s education” Jamila says proudly. Not only that, but Jamila also provides for the health and daily expenses of her family. When we met to her, she was very happy with Hashoo Foundation’s intervention. She too felt constrained by the limited local market which brought prices down due to constant surplus of honey.

Now, she knows she will be able to sell her entire production… and more. “Hashoo Foundation has helped us find new markets for our honey”, she says. She will take part in the upcoming refresher training courses to not only increase her production but also venture in the production of very lucrative by-products”



C’e ancora tanto da lavorare
aprile 19, 2009, 5:48 pm
Filed under: Economia, Innovazione | Tag: , , ,

Da Cison di Valmarino dove si sta svolgendo il meeting del G8 per l’agricoltura non arrivano buone notizie. I rappresentanti dei diversi Paesi nella giornata di ieri hanno infatti ammesso che il mondo è ancora veramente lontano dal raggiungere il primo dei Millenium Developement Goal fissati lo scorso 200o: la diminuzione della fame nel mondo.

Il numero di persone che soffrono di fame ha raggiunto per la prima volta il miliardo ed invece di diminuire, purtroppo dal 2005 è cresciuto del 18%.

Non in tutto il mondo pero è cosi, in alcune nazioni infatti grazie importanti azioni governative è prevista la possibilità di alleviare sensibilmente la fame all’interno della nazione, è il caso del Brasile.

In Brasile è stato lanciato infatti da qualche tempo il programma Fome Zero da parte del Presidente Lula. Una vera e propria manovra economica (di circa 1.65 milioni di dollari) che aiutera circa 4.5 milioni di famiglie assicurando loro almeno 3 pasti al giorno.




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